Quando parliamo di disturbi alimentari il primo pensiero va quasi sempre all’anoressia nervosa, assieme a bulimia nervosa e disturbo da alimentazione incontrollata (binge eating), e nonostante sia tra i più “conosciuti”, è circondato spesso da tanti, troppi stereotipi: immagini di corpi estremamente magri, idee semplificate, convinzioni che riducono tutto al peso.
Ma la realtà è molto più complessa di così.
L’anoressia infatti viene spesso sottovalutata, diagnosticata tardivamente e può rimanere a lungo “invisibile”.
Per questo ho scelto di parlarne, in occasione della settimana lilla dedicata alla sensibilizzazione sui disturbi alimentari, in un modo che sia anche più rispettoso, più consapevole, più libero dai falsi miti.
Dal punto di vista clinico, l’anoressia è un disturbo del comportamento alimentare caratterizzato da una restrizione significativa dell’assunzione di cibo, una paura intensa di aumentare di peso e una percezione alterata del proprio corpo.
Ma fermarsi a questa definizione sarebbe riduttivo.
Nella pratica, l’anoressia è fatta di pensieri intrusivi e costanti su cibo e corpo, regole che diventano sempre più rigide, bisogno di controllare tutto continuamente.
Non è una dieta portata “all’estremo” né un voler dimagrire troppo. Non è nemmeno un capriccio, come spesso viene considerato, e tantomeno una scelta.
L’anoressia:
È un disturbo del comportamento alimentare a tutti gli effetti, con radici emotive profonde, e trattarlo come un capriccio non fa che aumentare la sofferenza e la solitudine di chi lo vive.
Nell’immaginario collettivo, e spesso anche in quello clinico, l’anoressia nervosa ha un’immagine ben precisa: un corpo molto magro, visibilmente sottopeso. Questa rappresentazione ha radici culturali profonde, alimentata dai media, dalla letteratura medica tradizionale e persino da alcune campagne di sensibilizzazione che, nel tentativo di evidenziare questo disturbo, hanno finito per fissarne uno stereotipo rigido.
Il problema è che questo stereotipo lascia fuori moltissime persone. Persone che soffrono esattamente allo stesso modo, con gli stessi pensieri ossessivi sul cibo, la stessa restrizione, lo stesso isolamento sociale, il terrore di perdere il controllo, ma che non corrispondono all’immagine che ci si aspetta.
Ecco quindi che le stesse fatiche e gli stessi problemi, se il corpo non è sottopeso rischiano di passare inosservati.
I criteri diagnostici DSM-5 dell’anoressia nervosa sono i seguenti:
Come la maggior parte dei criteri diagnostici ci troviamo di fronte a parametri difficilmente misurabili, che non tengono conto dell’estrema variabilità e complessità individuale e che rischiano allo stesso modo di lasciare “escluse” molte persone.
L’anoressia però può essere presente anche in corpi normopeso o al di sopra del peso considerato “normale”. Esiste una diagnosi specifica per descrivere la situazione in cui tutti i criteri dell’anoressia sono presenti, quindi la restrizione alimentare significativa, la paura intensa di aumentare di peso, l’alterazione della percezione corporea, ma il peso della persona non rientra nella categoria del sottopeso. Si chiama anoressia nervosa atipica, ed è classificata nel DSM-5 tra i disturbi con altra specificazione.
La distinzione diagnostica conta fino a un certo punto, ma ciò che è davvero importante è riconoscere e validare il vissuto di queste persone, spesso invisibili.
Infatti l’anoressia atipica rischia di essere vista come un comportamento normale: i comportamenti restrittivi, il controllo rigido del cibo, la paura di ingrassare possono essere letti come disciplina, attenzione alla salute, stile di vita virtuoso. Soprattutto in una persona che vive in un corpo considerato conforme o grasso, e che talvolta viene addirittura incalzata a perseguire la strada del controllo allo scopo di perdere peso. Ecco quindi che certi meccanismi considerati pericolosi in un corpo magro o molto magro, rischiano di venir sostenuti ed elogiati, e la persona che ne soffre potrebbe non sentirsi vista e sentire che il suo malessere viene minimizzato.
Ricorda che non esiste un peso minimo per meritare cura.
I disturbi alimentari sono molto di più di quello che si vede dall’esterno. Ci sono segnali che non si leggono sulla bilancia, ma che chi li vive conosce benissimo:
E come puoi vedere, nessuno di questi segnali dipende dal numero che appare sulla bilancia.
Viviamo immersi in un contesto culturale che premia il corpo magro, lo interpreta come sinonimo di successo, controllo e disciplina.
Questo rende l’anoressia ancora più difficile da riconoscere, perché:
La diet culture non è ovviamente la causa unica dell’anoressia, ma crea un terreno fertile in cui il disturbo può prosperare, perché tutto ciò che porta verso la magrezza viene socialmente approvato, fino a quando non diventa “esagerato”. E quando diventa evidente, spesso è già tardi.
I disturbi del comportamento alimentare richiedono un intervento multi- e interdisciplinare in ambito medico, psicologico, nutrizionale. Ogni professionista lavora su un livello diverso, ma integrato e allineato.
Ed è altrettanto importante l’educazione, e a volte la presa in carico, di chi sta attorno a una persona che soffre di un DAN. È importante conoscere a fondo le dinamiche di un disturbo alimentare e sapere come muoversi, ad esempio evitando commenti sull’aspetto (dire “sei troppo magra” di certo non aiuta) e non ridurre tutto alla volontà (“Devi mangiare di più” può far sentire ancora più incompresə).
Ricordando sempre che una persona non è il suo disturbo: non dobbiamo ridurre il tutto a un’etichetta, ma prenderci cura della complessità della persona.
Parlare di anoressia in modo più consapevole significa rompere il silenzio che circonda questo disturbo, e significa riconoscere la sofferenza anche quando non “si vede”, e dare valore alle emozioni, non solo ai sintomi.
Se mentre leggevi hai sentito qualcosa risuonare, per te o per qualcunə che ami, voglio dirti una cosa: non devi aspettare di “stare peggio” per chiedere aiuto. Non esiste una soglia da raggiungere nè un peso minimo per meritare cura.
Il percorso di guarigione dai disturbi alimentari è lungo e richiede un’equipe: nutrizionista, psicoterapeuta, medico, a volte altri specialisti. Non è un percorso che si fa in autonomia, e non è qualcosa che passerà “da solo”.
Nel mio lavoro con le persone che hanno un disturbo alimentare, l’obiettivo non è mai solo il cibo: è creare uno spazio sicuro, privo di giudizio, dove il rapporto con il corpo e con il nutrimento possa essere esplorato con cura.
Se vuoi sapere di più sul percorso che propongo per i disturbi alimentari, puoi trovare tutte le informazioni qui.