Anoressia nervosa e anoressia atipica: sintomi e segnali oltre il peso

Quando parliamo di disturbi alimentari il primo pensiero va quasi sempre all’anoressia nervosa, assieme a bulimia nervosa e disturbo da alimentazione incontrollata (binge eating), e nonostante sia tra i più “conosciuti”, è circondato spesso da tanti, troppi stereotipi: immagini di corpi estremamente magri, idee semplificate, convinzioni che riducono tutto al peso.

Ma la realtà è molto più complessa di così.

L’anoressia infatti viene spesso sottovalutata, diagnosticata tardivamente e può rimanere a lungo “invisibile”.

Per questo ho scelto di parlarne, in occasione della settimana lilla dedicata alla sensibilizzazione sui disturbi alimentari, in un modo che sia anche più rispettoso, più consapevole, più libero dai falsi miti.

 

Anoressia nervosa: cosa non è

Dal punto di vista clinico, l’anoressia è un disturbo del comportamento alimentare caratterizzato da una restrizione significativa dell’assunzione di cibo, una paura intensa di aumentare di peso e una percezione alterata del proprio corpo.

Ma fermarsi a questa definizione sarebbe riduttivo.

Nella pratica, l’anoressia è fatta di pensieri intrusivi e costanti su cibo e corpo, regole che diventano sempre più rigide, bisogno di controllare tutto continuamente.

Non è una dieta portata “all’estremo” né un voler dimagrire troppo. Non è nemmeno un capriccio, come spesso viene considerato, e tantomeno una scelta.

L’anoressia:

  • non nasce da un desiderio estetico, anche se può sembrare così da fuori,
  • non si risolve con la buona volontà,
  • non si supera mangiando un po’ di più o recuperando l’eventuale peso perso.

È un disturbo del comportamento alimentare a tutti gli effetti, con radici emotive profonde, e trattarlo come un capriccio non fa che aumentare la sofferenza e la solitudine di chi lo vive.

 

Anoressia e peso: perché il corpo magro non è l’unico segnale

Nell’immaginario collettivo, e spesso anche in quello clinico, l’anoressia nervosa ha un’immagine ben precisa: un corpo molto magro, visibilmente sottopeso. Questa rappresentazione ha radici culturali profonde, alimentata dai media, dalla letteratura medica tradizionale e persino da alcune campagne di sensibilizzazione che, nel tentativo di evidenziare questo disturbo, hanno finito per fissarne uno stereotipo rigido.

Il problema è che questo stereotipo lascia fuori moltissime persone. Persone che soffrono esattamente allo stesso modo, con gli stessi pensieri ossessivi sul cibo, la stessa restrizione, lo stesso isolamento sociale, il terrore di perdere il controllo, ma che non corrispondono all’immagine che ci si aspetta.

Ecco quindi che le stesse fatiche e gli stessi problemi, se il corpo non è sottopeso rischiano di passare inosservati.

 

 

I criteri diagnostici dell’anoressia nervosa

I criteri diagnostici DSM-5 dell’anoressia nervosa sono i seguenti:

  1. Restrizione dell’assunzione di calorie in relazione alle necessità, che porta a un peso corporeo significativamente basso nel contesto di età, sesso, traiettoria di sviluppo e salute fisica. Il peso corporeo significativamente basso è definito come un peso inferiore al minimo normale oppure, per bambinə e adolescenti, meno di quello minimo atteso.
  2. Intensa paura di aumentare di peso o di diventare grassə, oppure un comportamento persistente che interferisce con l’aumento di peso, anche se significativamente basso.
  3. Alterazione del modo in cui viene vissuto dall’individuo il peso o la forma del proprio corpo, eccessiva influenza del peso o della forma del corpo sui livelli di autostima, oppure persistente mancanza di riconoscimento della gravità dell’attuale condizione di sottopeso.

Come la maggior parte dei criteri diagnostici ci troviamo di fronte a parametri difficilmente misurabili, che non tengono conto dell’estrema variabilità e complessità individuale e che rischiano allo stesso modo di lasciare “escluse” molte persone.

 

Quando l’anoressia non si “vede”: l’anoressia atipica

L’anoressia però può essere presente anche in corpi normopeso o al di sopra del peso considerato “normale”. Esiste una diagnosi specifica per descrivere la situazione in cui tutti i criteri dell’anoressia sono presenti, quindi la restrizione alimentare significativa, la paura intensa di aumentare di peso, l’alterazione della percezione corporea, ma il peso della persona non rientra nella categoria del sottopeso. Si chiama anoressia nervosa atipica, ed è classificata nel DSM-5 tra i disturbi con altra specificazione.

La distinzione diagnostica conta fino a un certo punto, ma ciò che è davvero importante è riconoscere e validare il vissuto di queste persone, spesso invisibili.

Infatti l’anoressia atipica rischia di essere vista come un comportamento normale: i comportamenti restrittivi, il controllo rigido del cibo, la paura di ingrassare possono essere letti come disciplina, attenzione alla salute, stile di vita virtuoso. Soprattutto in una persona che vive in un corpo considerato conforme o grasso, e che talvolta viene addirittura incalzata a perseguire la strada del controllo allo scopo di perdere peso. Ecco quindi che certi meccanismi considerati pericolosi in un corpo magro o molto magro, rischiano di venir sostenuti ed elogiati, e la persona che ne soffre potrebbe non sentirsi vista e sentire che il suo malessere viene minimizzato.

Ricorda che non esiste un peso minimo per meritare cura.

 

I segnali dell’anoressia che non dipendono dal peso

I disturbi alimentari sono molto di più di quello che si vede dall’esterno. Ci sono segnali che non si leggono sulla bilancia, ma che chi li vive conosce benissimo:

  • Pensieri sul cibo costanti e intrusivi, che occupano gran parte della giornata: cosa mangiare, cosa non mangiare, come “compensare”, come controllare.
  • Rituali intorno al cibo: mangiare sempre le stesse cose, nello stesso ordine, pesare, misurare, calcolare.
  • Ansia e paure prima di un pasto, che rendono difficile, e talvolta impossibile, affrontarlo.
  • Paura intensa e irrazionale di certi alimenti o di aumentare di peso.
  • Distorsione della percezione del proprio corpo: vedersi diversamente da come si è, non fidarsi dello specchio.
  • Isolamento sociale legato al cibo: evitare cene, ristoranti, situazioni in cui non si ha controllo su cosa si mangia.
  • Sbalzi d’umore, irritabilità, difficoltà di concentrazione, autostima fortemente legata al controllo del cibo e del corpo.

E come puoi vedere, nessuno di questi segnali dipende dal numero che appare sulla bilancia.

 

Il ruolo della cultura della dieta nel normalizzare l’eccessiva magrezza

Viviamo immersi in un contesto culturale che premia il corpo magro, lo interpreta come sinonimo di successo, controllo e disciplina.

Questo rende l’anoressia ancora più difficile da riconoscere, perché:

  • comportamenti estremi vengono scambiati per “stile di vita sano”,
  • perdere peso viene spesso elogiato, anche quando nasce dalla sofferenza,
  • la magrezza viene vista come desiderabile, non come un possibile segnale di difficoltà,
  • il controllo viene associato a successo e a valore.

La diet culture non è ovviamente la causa unica dell’anoressia, ma crea un terreno fertile in cui il disturbo può prosperare, perché tutto ciò che porta verso la magrezza viene socialmente approvato, fino a quando non diventa “esagerato”. E quando diventa evidente, spesso è già tardi.

 

Come aiutare una persona con anoressia: il ruolo dell’équipe

I disturbi del comportamento alimentare richiedono un intervento multi- e interdisciplinare in ambito medico, psicologico, nutrizionale. Ogni professionista lavora su un livello diverso, ma integrato e allineato.

Ed è altrettanto importante l’educazione, e a volte la presa in carico, di chi sta attorno a una persona che soffre di un DAN. È importante conoscere a fondo le dinamiche di un disturbo alimentare e sapere come muoversi, ad esempio evitando commenti sull’aspetto (dire “sei troppo magra” di certo non aiuta) e non ridurre tutto alla volontà (“Devi mangiare di più” può far sentire ancora più incompresə).

Ricordando sempre che una persona non è il suo disturbo: non dobbiamo ridurre il tutto a un’etichetta, ma prenderci cura della complessità della persona.

Parlare di anoressia in modo più consapevole significa rompere il silenzio che circonda questo disturbo, e significa riconoscere la sofferenza anche quando non “si vede”, e dare valore alle emozioni, non solo ai sintomi.

 

Se ti riconosci in queste parole

Se mentre leggevi hai sentito qualcosa risuonare, per te o per qualcunə che ami, voglio dirti una cosa: non devi aspettare di “stare peggio” per chiedere aiuto. Non esiste una soglia da raggiungere nè un peso minimo per meritare cura.

Il percorso di guarigione dai disturbi alimentari è lungo e richiede un’equipe: nutrizionista, psicoterapeuta, medico, a volte altri specialisti. Non è un percorso che si fa in autonomia, e non è qualcosa che passerà “da solo”.

Nel mio lavoro con le persone che hanno un disturbo alimentare, l’obiettivo non è mai solo il cibo: è creare uno spazio sicuro, privo di giudizio, dove il rapporto con il corpo e con il nutrimento possa essere esplorato con cura.

Se vuoi sapere di più sul percorso che propongo per i disturbi alimentari, puoi trovare tutte le informazioni qui.