Quando si parla di disturbi dell’alimentazione e della nutrizione (DAN), precedentemente chiamati disturbi del comportamento alimentare (DCA), la maggior parte delle persone pensa a: anoressia nervosa, bulimia nervosa e disturbo da alimentazione incontrollata (binge eating). Sono sicuramente i più diffusi, e per questo anche i più conosciuti e “raccontati”. Ma esistono anche altri disturbi alimentari meno conosciuti.
Esistono infatti disturbi meno visibili, meno frequenti, spesso scambiati per problemi di altro tipo, e che invece meritano lo stesso sguardo attento e privo di giudizio.
La settimana del Fiocchetto Lilla è l’occasione, e ovviamente non dovrebbe essere l’unica, per parlarne e allargare lo sguardo. Perché la consapevolezza non riguarda solo i disturbi che conosciamo già, ma anche quelli che fatichiamo ancora a riconoscere.
Il DSM-5-TR, il manuale diagnostico utilizzato a livello internazionale, definisce:
“I disturbi della nutrizione e dell’alimentazione sono caratterizzati da un persistente disturbo dell’alimentazione o di comportamenti collegati con l’alimentazione che determinano un alterato consumo o assorbimento di cibo e che danneggiano significativamente la salute fisica o il funzionamento psicosociale”.
Il manuale include le seguenti categorie diagnostiche:
La Pica è uno dei disturbi alimentari più antichi documentati, eppure tra i meno compresi. È caratterizzata dall’ingestione persistente, per almeno un mese, di sostanze non commestibili e prive di valore nutritivo: terra, argilla, gesso, carta, ghiaccio, sapone, capelli, metallo, solo per citarne alcune.
Per ricevere una diagnosi di Pica, il comportamento deve essere inappropriato rispetto all’età della persona (i bambini piccoli, ad esempio, portano spesso cose in bocca e questo non costituisce Pica), non deve essere legato a pratiche culturalmente accettate, e se si manifesta nel contesto di un altro disturbo mentale deve essere abbastanza grave da richiedere attenzione clinica autonoma.
La Pica può comparire in persone di qualsiasi età (bambini, adulti, donne in gravidanza), ed è più frequente in presenza di disabilità intellettiva, disturbo dello spettro autistico, carenze nutrizionali specifiche (come quella di ferro). Le conseguenze fisiche possono essere serie: intossicazioni, occlusioni intestinali, parassiti.
Come per molti disturbi, anche qui il rischio è la sottovalutazione: “passerà” o “è una fase” spostano l’attenzione, senza realmente aiutare.
Il disturbo di ruminazione consiste nel rigurgito ripetuto di cibo, che può poi essere rimasticato, ringoiato di nuovo o sputato. Accade in modo apparentemente automatico, senza nausea né sforzo, e si ripete per almeno un mese.
Ovviamente la diagnosi viene fatta dopo esclusione di problematiche gastrointestinali, ad es. reflusso gastroesofageo, o altre condizioni mediche.
È un comportamento a sé, che causa disagio e spesso imbarazzo, e che incide sulla vita sociale in modo significativo, poiché chi ne soffre tende a evitare di mangiare in pubblico o a isolarsi dopo i pasti.
Considerato in passato un disturbo dell’infanzia, nel DSM-5 è stato spostato tra i disturbi dell’alimentazione; può infatti manifestarsi anche negli adulti, anche se è spesso sottodiagnosticato perché le persone faticano a parlarne.
Il disturbo da evitamento/restrizione dell’assunzione di cibo — in inglese ARFID, Avoidant/Restrictive Food Intake Disorder — è probabilmente il meno conosciuto tra i disturbi alimentari, nonostante sia tutt’altro che raro.
Chi ha l’ARFID evita o restringe in modo significativo il cibo, ma non per paura di ingrassare o per una distorsione dell’immagine corporea. Per questo infatti si differenzia dall’anoressia.
Le ragioni dell’evitamento e la restrizione possono essere diverse: mancanza di interesse per il cibo, ipersensibilità sensoriale (certi sapori, odori, consistenze diventano insopportabili), o paura di possibili conseguenze del mangiare (come soffocare, vomitare, avere dolori o reazioni allergiche).
Quello che ne risulta è un’alimentazione molto limitata, che può portare a carenze nutrizionali serie, difficoltà di crescita nei bambini, dipendenza da supplementi alimentari. E soprattutto ha un impatto enorme sulla vita sociale: diventa difficile riuscire a mangiare in compagnia o a partecipare a occasioni sociali.
Sebbene sia più frequente durante l’infanzia, il disturbo ARFID negli adulti esiste, e non è infrequente nelle persone con profili neurodivergenti (autismo, ADHD). Inoltre è un disturbo che risente di una spiccata ipersensibilità sensoriale e di traumi. Spesso si manifesta assieme a disturbi d’ansia o ossessivo compulsivo. È un disturbo spesso invisibile, talvolta confuso con “capricci” o “selettività” o una fase passeggera, ma quando comporta compromissione clinica va riconosciuto e trattato.
Il DSM-5 distingue anche una categoria, i “Disturbi della nutrizione o dell’alimentazione con altra specificazione”, al cui interno troviamo problematiche e fatiche che non soddisfano i criteri pieni per diagnosticare uno dei disturbi alimentari.
Tra questi troviamo:
Ortoressia: viene difficilmente considerata perchè è caratterizzata dell’ossessione del “mangiar sano”, quindi ampiamente sostenuta dalle mode e dalla cultura della dieta. La ricerca del “cibo giusto”, naturale e considerato sano però limita molto le abitudini alimentari.
Vigoressia o Bigoressia: ossessione verso la forma fisica e verso l’aumento della massa muscolare. Si manifesta con dipendenza ossessiva dall’esercizio fisico, e può accompagnarsi a diete iperproteiche e all’uso di farmaci e anabolizzanti. Sottostimata e difficile da riconoscere, per il modello estetico circolante attualmente viene riconosciuto con difficoltà, proprio perché chi ne soffre può avere un aspetto esteriormente considerato sano.
Drunkoressia: consiste nel limitare l’assunzione di cibo per compensare le calorie con le bevande alcoliche. Molto diffusa tra i giovani, può avere conseguenze gravi non solo per l’assunzione di alcol a stomaco vuoto, ma anche per la malnutrizione in cui si può incorrere.
Ciò che accomuna tutti questi disturbi è la difficoltà ad essere visti e riconosciuti. Sono meno conosciuti, meno rappresentati, spesso fraintesi. E questo significa che chi ne soffre fatica a trovare aiuto e chi è vicino a persone che ne soffrono ne sottovaluta la gravità. Molte persone non si riconoscono nelle narrazioni più comuni sui disturbi alimentari e per questo gli accessi alle cure sono molto tardivi.
Ma il riconoscimento è il primo passo. Dare un nome a qualcosa cambia il modo in cui ci rapportiamo ad essa — smette di essere una stranezza personale e diventa qualcosa che esiste, che ha una forma, e che può essere affrontato.
Riconoscere anche le forme meno conosciute significa ampliare lo sguardo e smettere di associare i DCA solo a un certo corpo. Significa riconoscere che la sofferenza alimentare può assumere forme diverse ed è sempre valida e meritevole di attenzione.
Se ti riconosci in quello che hai letto o se riconosci una persona a te vicina, ricorda che è importante riuscire a chiedere aiuto.
Nel mio lavoro con le persone che soffrono di disturbi alimentari, l’approccio è sempre integrato: nutrizionista, psicoterapeuta, medico e altre figure che possono aiutare a ritrovare benessere ed equilibrio. Se vuoi sapere di più sul percorso che propongo, puoi trovare tutte le informazioni qui.